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Episodi

2×02 Processo a Hollywood


Finalmente torna Fotogramma24 con la sua consueta formula ma con alcune differenti intenzioni. Come ascolterete durante l’episodio F24 resterà sempre legata alla sua formula originale e con una forte parte storica, ma il resto della trasmissione vorrà essere veramente una discussione sul cinema, con un’impronta di critica fortemente distruttiva come ci ha abituati già il talebano della cinematografia Michele Salvezza, anche detto Il mostro di Düsseldorf.

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VINCITORE DEL PRECEDENTE CONTEST:

A vincere il difficile concorso precedente è Vincenzo Chiaro che è riuscito ad indovinare il film al quale si riferiva il pezzetto audio mandato in trasmissione e che tanto ha fatto penare.

Il film è Soy Cuba di Mikhail Kalatozov.

SEGNALAZIONI

Vi segnaliamo la rivista Rapporto Confidenziale, zine di cultura cinematografica nella quale da qualche tempo anche Michele scrive le sue recensioni. Ve la segnaliamo perché la seguiamo da qualche tempo e non solo per questo recente evento, il quale comunque ci da lo spunto per ricordarci questa importante segnalazione

PROLOGO

Nella prima parte della trasmissione parleremo della Hollywood del dopo guerra, dell’inizio dei problemi in termini di scontro ideologico, della caccia alle streghe e di come tantissimi autori sono stati costretti a velare il loro senso critico della società per la grande opera di “censura” delle major.

Abbiamo citato i seguenti registi e protagonisti:

Stanley Kramer

Edward Dmytryk

Fred Zinnemann

Mezzogiorno di fuoco

John Houston

Giungla d’Asfalto

Elia Kazan

Fronte del Porto

Il Ribelle dell’Anatolia

Billy Wilder

Viale del Tramonto

A Qualcuno Piace Caldo

Irma la dolce

Otto Preminger

The Man With The Golden Arm

Robert Aldrich

Che fine ha fatto baby Jane?

Samuel Fuller

Nicholas Ray

Jhonny Guitar

Lampi sull’Acqua

Gioventù Bruciata

Douglas Sirk

Vincente Minnelli

Un Americano a Parigi

Gene Kelly

Cantando Sotto la Pioggia

Marlon Brando

James Dean

Rita Hayworth

Marilyn Monroe

Orson Welles

Documentario 1

Documentario 2

Quarto Potere

L’orgoglio degli Amberson

La Signora di Shangai

Otello

L’infernale Quinlan

INTRECCIO

In questa sezione parleremo del cinema tridimensionale. Lasciando perdere i basici accenni tecnici che vengono esposti durante l’episodio, volutamente trascurabili e approfondibili in questa pagina wiki, i conduttori esprimeranno le loro considerazioni rispetto a questo elemento aggiuntivo del cinema e nel cinema con inaspettate conclusioni.

EPILOGO

Il Processo di Orson Welles

Titolo originale: The Trial
Regia: Orson Welles
Nazionalità: Fra/Ita/Ger
Anno: 1962
Interpreti: Suzanne Flon (signora Pittl), Arnoldo Foà (ispettore), Fernard Ledoux (cancelliere), Michel Lonsdale (prete), Elsa Martinelli (Hilda), Jeanne Moreau (signorina Burstener), Katina Paxinou, Anthony Perkins (Joseph K), Madeleine Robinson (signora Grubach), Romy Schneider (Leni), Akim Tamirof (Block), Orson Welles (Hastler)
Soggetto: Dal romanzo “Il processo” di Franz Kafka
Sceneggiatura: Orson Welles
Fotografia: Edmond Richard
Musica: Adagio in sol minore per organo e archi di Tommaso Albinoni
Jean Ledrut
Durata (in minuti): 120
Co-Produzione: Paris Europa Production
Distribuzione: De Laurentis

La trama

Joseph è un impiegato di banca dalle abitudini meticolose e precise. Un giorno due strani individui si presentano alla sua porta per informarlo che, per ordine di un misterioso tribunale, si sta preparando un processo contro di lui. Non c’è capo d’accusa, né arresto. Joseph continuerà a lavorare ed a vivere in casa sua con l’obbligo però di presentarsi di tanto in tanto per essere interrogato. Egli pensa inizialmente ad una burla escogitata dal colleghi d’ufficio, poi finisce per accettare il processo, nel quale decide di intervenire per rintuzzare le accuse calunniose mossegli da una magistratura corrotta. Ma finirà per scoprire il suo isolamento. Man mano che si avvicina il giorno del processo tutti si allontanano da lui. Non c’è che una via d’uscita: non intestardirsi a sostenere la propria innocenza e così insabbiare il processo. Questo è il consiglio di Hilde, la moglie infedele di un usciere del tribunale; di Leni, infermiera legata ad un losco avvocato; del prete e del pittore alla moda ai quali Joseph si è rivolto per consiglio. Passa un anno di angoscia quando, una sera, due signori vestiti di nero prelevano Joseph per condurlo in un posto deserto dove sarà giustiziato. La critica… “L’assurdità comica, – diceva Bergson in “Le rire” – appartiene alla stessa natura di quella dei sogni”, magari anche di quella degli incubi, e “Il processo” per ammissione dello stesso Welles, è un film pieno di humor. Non poteva essere diversamente: se “Il processo” di Kafka si trasforma in una “considerazione attuale”, troppo attuale, cioè in un film “sulla polizia, sulla burocrazia, sulla potenza totalitaria del Sistema, sull’oppressione dell’individuo nella società moderna” (Welles), la dimensione comica dell’assurdo kafkiano diventa trasparente. Alleggerito dallo spessore metafisico, Joseph K mantiene la sua tragicità solo vivendo in una situazione da commedia. “Il processo” è una tragedia che utilizza i meccanismi del non-sense, le atmosfere dello humor nero, le tinte forti della caricatura grottesca. Per Welles, Joseph K appartiene a un mondo strutturato sulla negazione del senso e sulla perdita dell’identità esistenziale. Ma angoscia e comicità scattano assieme quando quell’organismo dell’assurdo che è la macchina sociale viene smascherato da una cellula deviante che non si riconosce più nel proprio tessuto. Il Joseph K di Anthony Perkins più tenta di capire e di correggere le storture logiche in cui è incappato, più queste si deformano e si allargano in una assoluta indeterminatezza. L’aggressività di Joseph K nel ricercare il motivo della sua colpa è un’energia sterile, uno sforzo che si avvita su sé stesso e produce disperazione. Quando Joseph K si sveglia alla mattina nella propria stanza, la strategia dell’assurdo è già in atto e la prima macchina del non-sense è già di fronte a lui sotto forma di ispettore di polizia. Attraverso una rappresentazione dialogica costruita sul paradosso informativo (alla domanda di K la polizia risponde con altre domande), Welles esalta quel potenziale comico che nella scrittura kafkiana è diluito nel realismo minuzioso dei gesti e degli oggetti. Tutta la scena è montata sul principio del rallentamento , cioè su una dilatazione ossessiva dei tempi e dei ritmi attorno a un personaggio-vittima, che invece continua a pensare, agire e parlare secondo una dinamica normale. Il meccanismo che si fa metafora stessa del racconto e che informa tutte le altre tecniche del comico è proprio il principio del rallentamento, della dilatazione continua che rovescia il riso nella sofferenza e nello strazio di un gesto che prosegue mentre aspira al suo punto di rottura. Il principio di rallentamento, che scompone in modo analitico le situazioni sino alla perdita totale del loro senso, diventa per Welles la struttura stessa del processo, sempre rimandato e mai concluso. Il contesto figurativo del film ha un rilievo importantissimo in quanto il percorso labirintico di Joseph K assume una fisicità pregnante e ossessiva. Welles utilizza la Praga magica di Kafka in un’ambientazione che dalla squallida modernità delle periferie urbane (Zagabria) trapassa nelle invenzioni scenografiche create nell’immenso spazio di una stazione in disuso di Parigi (la Gare d’Orsay). L’universo figurativo del film sembra gravitare attorno a due progetti di attrazione: la geometria e il caos. La camera d’affitto della pensione in cui vive K è un moderno e disadorno parallelepipedo con pareti bianche, scarsissimi arredi e un soffitto basso che esalta la profondità di campo. Il mondo della banca, del lavoro al servizio del capitale, della logica produttiva, è ispirato a un principio spaziale rettilineo, a un geometrismo esasperato dal gigantismo prospettico. Il caos è invece la dimensione apparente, di quell’organismo mostruoso e totale che è l’universo della legge. È una topografia dell’assurdo che rimanda alla logica onirica del surrealismo, allo spostamento fuori contesto dei ruoli sociali e dei comportamenti psicologici. Joseph K non vuole farsi incatenare: “essere vincolati è meglio che essere liberi”, sentenzia l’avvocato cui Orson Welles presta il volto glabro da adolescente malizioso. K non vuole ridursi schiavo del suo avvocato come il commerciante Block. Revoca il mandato al suo difensore, si dibatte, non vuole arrendersi al fatto che la vita consiste proprio nella servitù delle catene, nell’ubbidienza necessaria e liberatoria verso un’autorità superiore che protegge il destino dell’uomo

PRE-VISIONI

Ecco i fantastici trailer commentati in questo episodio.

Real Steel

TomBoy

Cavalli

Il Giorno In Più

Ugo Cabret

Midnight in Paris

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Informazioni su Emmeilmostro

M – Il mostro di Düsseldorf

Discussione

2 pensieri su “2×02 Processo a Hollywood

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